UIL SCUOLA IRC - INSEGNANTI DI RELIGIONE CATTOLICA
di Giuseppe Favilla*

È trascorso un anno esatto dal decreto legge n. del 23 febbraio 2020, quando il Consiglio dei Ministri bloccava ogni forma di spostamento della popolazione nelle regioni Lombardia e Veneto. Erano i giorni di carnevale, giorni che dovevano essere di festa, ma che presto si sono trasformati in un incubo. Due giorni dopo la Lombardia e il Veneto, non solo cominciavano una lotta contro il virus Covid Sars-19, che ha mietuto centinaia e centinaia di vittime, ma hanno dovuto far fronte anche a sfide educative impreviste e di non di poco conto. Le scuole di queste regioni hanno dovuto trasformare ciò che era una metodologia di supporto alla normale didattica in presenza, già avviata con sperimentazioni di nicchia, in una didattica di emergenza che, mese dopo mese, si è strutturata grazie alla generosità e alla capacità di adattamento dei docenti di ogni ordine e grado e dei loro studenti.

Da lì a poco, precisamente dall’8 marzo in poi, le misure di emergenza diventarono sempre più stringenti fino a portare al lockdown, parola fino ad allora sconosciuta, o quasi, ma che è entrata ormai forzatamente nel linguaggio comune, così come nello stile di vita di ogni persona. Tutti, ognuno a proprio modo, abbiamo dovuto fare i conti con una realtà che si imponeva come minacciosa, soprattutto per gli anziani, la categoria più colpita nella prima ondata pandemica.

Attraverso altre successive determinazioni di legge (decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, articolo 1, comma 2, lettera p e Legge 6 giugno 2020, n. 41, all’articolo 2, comma 3), la didattica a distanza, per lunghi mesi, è diventata l’unica modalità possibile per continuare a “fare scuola”.

Un anno di riflessioni, studi, dibattiti, posizioni sindacali di vario genere, hanno accompagnato quel modo di insegnare da casa o da scuola che vede la presenza a distanza o la distanza in presenza del 50% o 100% degli studenti della classe o della scuola. Un enigma senza soluzioni nette, quello che si chiede se la didattica a distanza sia una vera didattica che si possa, in stato di emergenza, sostituire alla didattica tradizionale; se la didattica a distanza possa essere integrata con quella in presenza e dunque diventare didattica digitale integrata. La Didattica a Distanza e la Didattica Digitale integrata chiedono di essere considerate e valutate come una nuova possibilità di didattica. A parere di chi scrive, né l’una né l’altra si possono però, configurare come nuova metodologia per l’apprendimento dei saperi e per lo sviluppo delle competenze e soprattutto possono risultare non sempre utili per lo sviluppo cognitivo e il rafforzamento delle conoscenze di base nelle bambine e nei bambini.

Un’affermazione, la mia, che desterà non poche prese di posizione contro e a favore, ma rappresenta quanto, da un anno ormai, attraverso diversi spunti e riflessioni, credo di poter difendere e giustificare: la didattica a distanza e le sue nuove formulazioni, rappresentano solamente una modalità di insegnamento emergenziale e che dovrà essere collocata a riposo una volta terminata la crisi pandemica.

Insegnare, come ha affermato, in uno dei sui studi, Massimo Recalcati, noto studioso e psicanalista, è altra cosa, cosa diversa dalla didattica a distanza. Le ore di lezione a scuola portano con sé avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde. In una recente intervista ad Orizzonte Scuola, Recalcati ha affermato: “Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza” , malgrado ciò, è innegabile, la didattica a distanza è stato strumento prezioso per una volontà precisa che non si arrende davanti all’imprevisto.

La didattica digitale integrata, a cui nello scorso mese di luglio, attraverso le linee guida, è stata data un’anima pseudo pedagogica, non può sostituire la valenza di un incontro, di uno sguardo, di una relazione empatica tra docente e studente che lasciano sempre un segno nella formazione e nella crescita della persona, ma ha avuto il merito di mostrare il volto di una comunità educante che non si lascia fermare e che accetta la sfida e si offre come esempio concreto.

Le linee guida citate definiscono la didattica digitale integrata, intesa come metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento, rivolta a tutti gli studenti della scuola secondaria di II grado, come modalità didattica complementare che integra la tradizionale esperienza di scuola in presenza, e ne estendono il valore, in caso di nuovo lockdown, agli alunni di tutti i gradi di scuola. La didattica digitale integrata, prevede anche una presenza fisica degli studenti in classe, in una percentuale minima/massima del 50%; si tratta dunque di una successiva rimodulazione dell’insegnamento che richiede che “La progettazione della didattica in modalità digitale tenga conto del contesto e assicurare la sostenibilità delle attività proposte e un generale livello di inclusività, evitando che i contenuti e le metodologie siano la mera trasposizione di quanto solitamente viene svolto in presenza” (Linee Guida DDI). Ci siamo trovati in poco tempo nel totale stravolgimento di tutte le teorie di apprendimento, mutuando sic et simpliciter quanto sviluppato negli ultimi anni dalle Università Telematiche in qualche cosa di ordinario e continuativo nel tempo.

La DDI pone altri elementi a cui fare attenzione quali la cura per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali e in modo particolare per gli alunni con handicap che continuano a frequentare in presenza, dimostrando concretamente da una parte l’attenzione per la fragilità, dall’altra però, la solitudine e il disagio di trovarsi in un’aula semi deserta.

Ciò che le Linee Guida definiscono nuova metodologia, di fatto, si sta rilevando come metodologia ancora inadatta all’ambiente scuola, non solo per la relazione tra studenti e docenti, ma anche tra docenti e datore di lavoro.

Nel mese di agosto, in sole quarantotto ore è stato proposto dal Ministero un contratto collettivo nazionale integrativo sulla Didattica a Distanza, teso a regolamentare il lavoro del docente e che ha trovato il consenso sindacale di alcune poche sigle. Un contratto che va a ledere lo stesso principio delle relazioni sindacali che devono basarsi su un confronto approfondito tra l’Amministrazione e i rappresentanti dei lavoratori. Il contratto firmato e dunque emanato ha messo in risalto nuove criticità sul rapporto di lavoro del docente in DaD o in DDI, tanto da portare la UIL Scuola a non voler firmare il contratto. La UIL scuola è convinta che la Didattica a Distanza o la sorella minore, la didattica digitale integrata, debbano rimanere una didattica emergenziale e che la vera scuola sia quella in presenza; che il vero incontro e la vera spinta educativa non possano avvenire in forma mediata, bensì attraverso l’incontro personale e la condivisione faccia a faccia, metodologia questa, da sempre vincente per la risoluzione di qualsiasi problema o conflitto.

*Coordinatore Nazionale UIL scuola IRC

di Giuseppe Esposito

È quasi trascorso un anno da quando, forzatamente e improvvisamente, la scuola ha dovuto mettersi in gioco con la realtà telematica. Nessuno di noi, dal Ministero agli studenti, era pronto a questa nuova sfida. Eppure, tra sacrifici e impegni da parte di tutti, si è riuscito a garantire il diritto allo studio, sebbene, a causa di varie problematiche, non si è raggiunto il 100% degli studenti. Tuttavia, c’è da apprezzare che in tutto questo periodo, docenti e studenti hanno risposto prontamente a questa nuova sfida.

Diverse sono le correnti di pensiero che cercano di smontare e scartare questo nuovo scenario scolastico in modalità remota. È doveroso richiamare che la necessità di fronteggiare la scuola in presenza non è un’organizzazione semplice. La DaD e la DDI garantiscono un abbassamento notevole della popolazione studentesca che si serve del trasporto pubblico e della frequenza di luoghi e attività commerciali pubbliche. Tutto ciò a tutela della salute di una gran numero di cittadini italiani.

Infine, è stato una sfida che ha obbligato studenti e docenti ad allargare le proprie competenze digitali. Questo nuovo scenario chiede un impegno di tempo maggiore, come ad esempio preparare un’attività in DaD o DDI richieda maggior tempo, così come per gli studenti richieda necessariamente un tempo maggiore da dedicare allo studio personale. 

Favorire il rientro in presenza ad oggi risulta ancora molto rischioso. La realtà in strada dei nostri ragazzi, di cui purtroppo una gran parte non riesce tuttora a mostrate maturità sufficiente a garantire il distanziamento di sicurezza, è molto preoccupante. Scene di quotidiana osservazione sono i gruppetti assembrati fuori dai cancelli scolastici senza mascherina mentre fumano una sigaretta, e purtroppo in taluni casi condividendola. Così come anche la bottiglietta d’acqua per il compagno che ha sete o un caffè sorseggiato dallo stesso bicchierino. Così come lo studente in treno che viaggia sprovvisto di mascherina. Purtroppo, questa realtà non viene messa in luce dalle cronache quotidiane, ma è osservabile pubblicamente per le strade delle nostre città. Con dispiacere abbiamo visto nei mesi scorsi gruppetti di studenti, che hanno voluto manifestare il loro dissenso alla modalità a distanza, presenziando fuori dagli edifici scolastici. Questa forma di protesta, sebbene da un lato esprime la libertà di pensiero, dall’altro lato si scorge con amarezza una strumentalizzazione trasgressiva del minimo senso civico: per giungere a scuola è stata necessaria una serie di spostamenti tra bus di linea, treni e metropolitane; inoltre stare al freddo fuori al proprio istituto con una linea internet da cellulare, pertanto poco stabile; alzando il rischio di contagio non è certamente una forma di esercizio della democrazia civica; rispetto al seguire da casa al caldo e magari con la fibra senza alcun rischio di contagio.

Abbiamo imparato tanto, noi docenti e anche i nostri ragazzi, sforziamoci di non buttare tutto all’aria, cercando di salvare la buone esperienze maturate durante la DaD o la DDI, che sicuramente ci traghetteranno verso una scuola maggiormente digitale e forse riusciremo a recuperare anche quella tenerezza di umanità che forse prima della pandemia si era un po’ smarrita.