DaD e DDI: non tutto è da buttare!

di Giuseppe Esposito

È quasi trascorso un anno da quando, forzatamente e improvvisamente, la scuola ha dovuto mettersi in gioco con la realtà telematica. Nessuno di noi, dal Ministero agli studenti, era pronto a questa nuova sfida. Eppure, tra sacrifici e impegni da parte di tutti, si è riuscito a garantire il diritto allo studio, sebbene, a causa di varie problematiche, non si è raggiunto il 100% degli studenti. Tuttavia, c’è da apprezzare che in tutto questo periodo, docenti e studenti hanno risposto prontamente a questa nuova sfida.

Diverse sono le correnti di pensiero che cercano di smontare e scartare questo nuovo scenario scolastico in modalità remota. È doveroso richiamare che la necessità di fronteggiare la scuola in presenza non è un’organizzazione semplice. La DaD e la DDI garantiscono un abbassamento notevole della popolazione studentesca che si serve del trasporto pubblico e della frequenza di luoghi e attività commerciali pubbliche. Tutto ciò a tutela della salute di una gran numero di cittadini italiani.

Infine, è stato una sfida che ha obbligato studenti e docenti ad allargare le proprie competenze digitali. Questo nuovo scenario chiede un impegno di tempo maggiore, come ad esempio preparare un’attività in DaD o DDI richieda maggior tempo, così come per gli studenti richieda necessariamente un tempo maggiore da dedicare allo studio personale. 

Favorire il rientro in presenza ad oggi risulta ancora molto rischioso. La realtà in strada dei nostri ragazzi, di cui purtroppo una gran parte non riesce tuttora a mostrate maturità sufficiente a garantire il distanziamento di sicurezza, è molto preoccupante. Scene di quotidiana osservazione sono i gruppetti assembrati fuori dai cancelli scolastici senza mascherina mentre fumano una sigaretta, e purtroppo in taluni casi condividendola. Così come anche la bottiglietta d’acqua per il compagno che ha sete o un caffè sorseggiato dallo stesso bicchierino. Così come lo studente in treno che viaggia sprovvisto di mascherina. Purtroppo, questa realtà non viene messa in luce dalle cronache quotidiane, ma è osservabile pubblicamente per le strade delle nostre città. Con dispiacere abbiamo visto nei mesi scorsi gruppetti di studenti, che hanno voluto manifestare il loro dissenso alla modalità a distanza, presenziando fuori dagli edifici scolastici. Questa forma di protesta, sebbene da un lato esprime la libertà di pensiero, dall’altro lato si scorge con amarezza una strumentalizzazione trasgressiva del minimo senso civico: per giungere a scuola è stata necessaria una serie di spostamenti tra bus di linea, treni e metropolitane; inoltre stare al freddo fuori al proprio istituto con una linea internet da cellulare, pertanto poco stabile; alzando il rischio di contagio non è certamente una forma di esercizio della democrazia civica; rispetto al seguire da casa al caldo e magari con la fibra senza alcun rischio di contagio.

Abbiamo imparato tanto, noi docenti e anche i nostri ragazzi, sforziamoci di non buttare tutto all’aria, cercando di salvare la buone esperienze maturate durante la DaD o la DDI, che sicuramente ci traghetteranno verso una scuola maggiormente digitale e forse riusciremo a recuperare anche quella tenerezza di umanità che forse prima della pandemia si era un po’ smarrita.

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