UIL SCUOLA IRC - INSEGNANTI DI RELIGIONE CATTOLICA
VALUTARE=VALORIZZARE?

di Giuseppe Favilla, coordinatore nazionale UIL Scuola IRC

La valutazione ha per oggetto il processo di apprendimento, il comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni. La valutazione concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, ai processi di autovalutazione degli alunni medesimi, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo, anche in coerenza con l’obiettivo dell’apprendimento permanente di cui alla «Strategia di Lisbona nel settore dell’istruzione e della formazione» (DPR 122/2009 art. 1 comma 3)
Ho voluto riportare in premessa il leitmotiv del nostro numero di marzo, interamente dedicato alla valutazione, nello specifico la valutazione dell’IRC e la valorizzazione del bambino e della bambina, dello studente e della studentessa.
I processi di apprendimento, propri per ciascuna fascia di età, si caratterizzano anche per la peculiarità con cui è prevista la valutazione, che può essere espressa in un giudizio descrittivo, così come avviene nella scuola primaria (art. 1, comma 2–bis legge 41/2020) oppure in una “misurazione” con voto in decimi nella scuola secondaria.
Entrambi i metodi di valutazione hanno come scopo quanto previsto dal DPR 122/2009 “valutare il processo di apprendimento” insieme al comportamento e non ultimo “il rendimento complessivo” degli alunni e alunne.
Una valutazione, dunque, che non si ferma alla mera verifica di conoscenze di concetti, ma che valorizza tutto il percorso dell’attività didattica. Almeno tre sono i momenti di cui la valutazione deve tener conto:
1)l’approccio ai singoli insegnamenti, nella parte degli elementi fondativi e dei concetti essenziali ma anche di quelli più approfonditi, che si traduce in 2) un rendimento misurato o comunque collocato in una griglia di valutazione attraverso l’uso di giudizi; ciò vale per la scuola primaria in particolare e per l’IRC in generale.
3)Non ultimo, come terzo elemento strategico, la valutazione del comportamento, come strumento necessario ed indispensabile per veicolare le conoscenze. La domanda, a questo punto, nasce spontanea: un alunno che manifesta problemi disciplinari anche seri, può raggiungere gli obiettivi formativi, dunque il successo formativo? Ebbene a questa domanda non possiamo che rispondere positivamente. Di certo sarà necessario tenere presente un elemento essenziale, spesso trascurato: l’autovalutazione! Le potenzialità degli alunni più difficili potrebbero sfuggire alle procedure standard di valutazione, che finirebbero per rivelarsi inefficaci. Scopo della valutazione non è misurare la bravura del docente, bensì valorizzare lo studente stesso, individuando, come afferma lo stesso DPR, le “potenzialità degli alunni medesimi” ed i primi conoscitori delle proprie potenzialità sono proprio gli stessi studenti.
Il numero di Agorà IRC di questo mese ci permette di approfondire la questione da tanti punti di vista. L’intervista al dott. Daniele Novara, pedagogista, consulente e formatore, e direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e per la gestione dei conflitti (CPP) di Piacenza, ci introdurrà al complesso mondo della valutazione e dell’approccio del minore nel contesto educativo scolastico.
Concludo questo editoriale con una domanda: quali sono le sfide per un docente davanti al proprio discente: occorre concentrarsi sul programma da finire o adoperarsi per garantire il successo formativo? Come docente di religione cattolica non posso che accettare con maggiore impegno la seconda sfida perché cosciente che valutare non è che una parte di un processo più ampio chiamato apprendimento, quella piccola parte che mira alla verifica dei progressi e alla valorizzazione dello studente e della studentessa, da essi il docente è chiamato a trarre il meglio al fine di poter garantire il loro successo formativo.
In quest’ottica di valorizzazione si pone anche la questione dei docenti di religione incaricati annuali, che per lunghi anni hanno profuso impegno, passione e dedizione ai quali va riconosciuto il merito oggettivo della professionalità acquisita. Pensare per loro un concorso selettivo che valuterà delle mere conoscenze ci sembra miope, iniquo e ingiusto!

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di Giuseppe Favilla*

È trascorso un anno esatto dal decreto legge n. del 23 febbraio 2020, quando il Consiglio dei Ministri bloccava ogni forma di spostamento della popolazione nelle regioni Lombardia e Veneto. Erano i giorni di carnevale, giorni che dovevano essere di festa, ma che presto si sono trasformati in un incubo. Due giorni dopo la Lombardia e il Veneto, non solo cominciavano una lotta contro il virus Covid Sars-19, che ha mietuto centinaia e centinaia di vittime, ma hanno dovuto far fronte anche a sfide educative impreviste e di non di poco conto. Le scuole di queste regioni hanno dovuto trasformare ciò che era una metodologia di supporto alla normale didattica in presenza, già avviata con sperimentazioni di nicchia, in una didattica di emergenza che, mese dopo mese, si è strutturata grazie alla generosità e alla capacità di adattamento dei docenti di ogni ordine e grado e dei loro studenti.

Da lì a poco, precisamente dall’8 marzo in poi, le misure di emergenza diventarono sempre più stringenti fino a portare al lockdown, parola fino ad allora sconosciuta, o quasi, ma che è entrata ormai forzatamente nel linguaggio comune, così come nello stile di vita di ogni persona. Tutti, ognuno a proprio modo, abbiamo dovuto fare i conti con una realtà che si imponeva come minacciosa, soprattutto per gli anziani, la categoria più colpita nella prima ondata pandemica.

Attraverso altre successive determinazioni di legge (decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, articolo 1, comma 2, lettera p e Legge 6 giugno 2020, n. 41, all’articolo 2, comma 3), la didattica a distanza, per lunghi mesi, è diventata l’unica modalità possibile per continuare a “fare scuola”.

Un anno di riflessioni, studi, dibattiti, posizioni sindacali di vario genere, hanno accompagnato quel modo di insegnare da casa o da scuola che vede la presenza a distanza o la distanza in presenza del 50% o 100% degli studenti della classe o della scuola. Un enigma senza soluzioni nette, quello che si chiede se la didattica a distanza sia una vera didattica che si possa, in stato di emergenza, sostituire alla didattica tradizionale; se la didattica a distanza possa essere integrata con quella in presenza e dunque diventare didattica digitale integrata. La Didattica a Distanza e la Didattica Digitale integrata chiedono di essere considerate e valutate come una nuova possibilità di didattica. A parere di chi scrive, né l’una né l’altra si possono però, configurare come nuova metodologia per l’apprendimento dei saperi e per lo sviluppo delle competenze e soprattutto possono risultare non sempre utili per lo sviluppo cognitivo e il rafforzamento delle conoscenze di base nelle bambine e nei bambini.

Un’affermazione, la mia, che desterà non poche prese di posizione contro e a favore, ma rappresenta quanto, da un anno ormai, attraverso diversi spunti e riflessioni, credo di poter difendere e giustificare: la didattica a distanza e le sue nuove formulazioni, rappresentano solamente una modalità di insegnamento emergenziale e che dovrà essere collocata a riposo una volta terminata la crisi pandemica.

Insegnare, come ha affermato, in uno dei sui studi, Massimo Recalcati, noto studioso e psicanalista, è altra cosa, cosa diversa dalla didattica a distanza. Le ore di lezione a scuola portano con sé avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde. In una recente intervista ad Orizzonte Scuola, Recalcati ha affermato: “Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza” , malgrado ciò, è innegabile, la didattica a distanza è stato strumento prezioso per una volontà precisa che non si arrende davanti all’imprevisto.

La didattica digitale integrata, a cui nello scorso mese di luglio, attraverso le linee guida, è stata data un’anima pseudo pedagogica, non può sostituire la valenza di un incontro, di uno sguardo, di una relazione empatica tra docente e studente che lasciano sempre un segno nella formazione e nella crescita della persona, ma ha avuto il merito di mostrare il volto di una comunità educante che non si lascia fermare e che accetta la sfida e si offre come esempio concreto.

Le linee guida citate definiscono la didattica digitale integrata, intesa come metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento, rivolta a tutti gli studenti della scuola secondaria di II grado, come modalità didattica complementare che integra la tradizionale esperienza di scuola in presenza, e ne estendono il valore, in caso di nuovo lockdown, agli alunni di tutti i gradi di scuola. La didattica digitale integrata, prevede anche una presenza fisica degli studenti in classe, in una percentuale minima/massima del 50%; si tratta dunque di una successiva rimodulazione dell’insegnamento che richiede che “La progettazione della didattica in modalità digitale tenga conto del contesto e assicurare la sostenibilità delle attività proposte e un generale livello di inclusività, evitando che i contenuti e le metodologie siano la mera trasposizione di quanto solitamente viene svolto in presenza” (Linee Guida DDI). Ci siamo trovati in poco tempo nel totale stravolgimento di tutte le teorie di apprendimento, mutuando sic et simpliciter quanto sviluppato negli ultimi anni dalle Università Telematiche in qualche cosa di ordinario e continuativo nel tempo.

La DDI pone altri elementi a cui fare attenzione quali la cura per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali e in modo particolare per gli alunni con handicap che continuano a frequentare in presenza, dimostrando concretamente da una parte l’attenzione per la fragilità, dall’altra però, la solitudine e il disagio di trovarsi in un’aula semi deserta.

Ciò che le Linee Guida definiscono nuova metodologia, di fatto, si sta rilevando come metodologia ancora inadatta all’ambiente scuola, non solo per la relazione tra studenti e docenti, ma anche tra docenti e datore di lavoro.

Nel mese di agosto, in sole quarantotto ore è stato proposto dal Ministero un contratto collettivo nazionale integrativo sulla Didattica a Distanza, teso a regolamentare il lavoro del docente e che ha trovato il consenso sindacale di alcune poche sigle. Un contratto che va a ledere lo stesso principio delle relazioni sindacali che devono basarsi su un confronto approfondito tra l’Amministrazione e i rappresentanti dei lavoratori. Il contratto firmato e dunque emanato ha messo in risalto nuove criticità sul rapporto di lavoro del docente in DaD o in DDI, tanto da portare la UIL Scuola a non voler firmare il contratto. La UIL scuola è convinta che la Didattica a Distanza o la sorella minore, la didattica digitale integrata, debbano rimanere una didattica emergenziale e che la vera scuola sia quella in presenza; che il vero incontro e la vera spinta educativa non possano avvenire in forma mediata, bensì attraverso l’incontro personale e la condivisione faccia a faccia, metodologia questa, da sempre vincente per la risoluzione di qualsiasi problema o conflitto.

*Coordinatore Nazionale UIL scuola IRC

di Giuseppe Favilla

Il numero 1 di Agorà IRC 2021 ha un titolo sintetico che apre a molte riflessioni e congiunture iniziali e in questo numero sostanzialmente sono tutti presenti. Quando lo scorso 18 dicembre si è riunita la redazione molte sono state le riflessioni riguardo su cosa far ruotare questo numero. La prima considerazione era se concentrare le riflessioni sul “concorso irc”, ma abbiamo deciso di riservare la riflessione a dei numeri supplementari, abbiamo operato una scelta efficace e utile per tutti i colleghi interessati.Il Numero di gennaio conterrà invece una riflessione a più voci che ruota intorno alla Scelta di avvalersi dell’IRC; l’orientamento universitario e il ruolo che hanno i diversi attori nelle scelte di studio e professionali e le motivazione che sono sottese a tale scelta, non solo gli studenti ma anche il ruolo della famiglia.
Abbiamo dato voce anche a due Direttori di Istituto di Scienze Religiose e a tre Direttori Uffici IRC di tre diocesi italiane.  Ma essendo anche un periodo caldo, seppur nel freddo inverno che stiamo vivendo, approfondiremo con due articoli due tematiche legate alla futura scelta dei docenti di religione.

Tutta la nostra esistenza ruota attorno a delle scelte. La nostra stessa professione docente di religione cattolica si basa a partire dal 1985 su una scelta operata da parte degli studenti. Oggi l’85% degli studenti frequenta l’IRC e noi, come professionisti, ogni giorno ci poniamo di fronte a delle scelte di tematiche, occasioni di dialogo e approfondimento, nel solco di quanto indicato nelle Indicazioni Nazionale per l’IRC, per rendere sempre attuale e affascinante un insegnamento che non è solo un “riversamento” di nozioni e concetti, ma che è l’instaurazione di un rapporto sinergico con lo studente, entrando così in una relazione empatica tale da superare e oltrepassare quei confini scolastici, quali la paura del brutto voto o l’attesa di un bel voto, ed entrare nella dimensione vera dell’educazione: far venir fuori quelle potenzialità e quelle competenze di vita già presenti nello studente di qualsiasi età, ma che con il premuroso accompagnamento del docente diventa ulteriore momento di crescita e consolidamento. L’ora di religione cattolica, così intesa, non è più solo un momento di discussione di tematiche di attualità, come spesso i colleghi di altre discipline intendono, ignari delle Indicazioni Nazionali per l’IRC. Ma si tratta di una lettura guidata da indicazioni di carattere etico-morale, storico e teologico, della realtà che circonda l’alunno di ogni età. Una lettura principalmente della propria condizione di vita che si apre contestualmente alla lettura della società. È affascinante come ad ogni livello ciò si realizza in modo quasi naturale, come sviluppo stesso della disciplina.
Per gli studenti di tutte le età queste scelte di vita vengono fatte periodicamente attraverso incontri e proposte di orientamento. Per i più piccoli è operata dalle famiglie. La prima scelta che un genitore si trova a fare se scegliere la scuola statale o paritaria e tra queste se di stampo confessionale o laico. Questa prima scelta è garantita dalla stessa legge del 10 marzo 2000, n. 62 – Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione. Un secondo momento di scelta è il percorso di studio una volta terminato il primo ciclo di istruzione (primaria e secondaria di primo grado), ogni studentessa e studente, è chiamata/o a scegliere il proprio percorso: liceale oppure tecnico-professionale e anche in questa occasione che vengono fuori gli orientamenti di vita ed è bello come al primo anno della scuola secondari di secondo grado un visione del proprio futuro e che spesso al termine degli studi, a gennaio dell’ultimo anno, se ne ha uno diametralmente opposto. In questa fase si inserisce l’orientamento universitario che poi determinerà anche la professione lavorativa. Gli open day universitari rappresentano un momento importante, non solo per presentare strutture e percorsi di studio, ma anche quella che sarà poi la realizzazione della vocazione di coloro i quali si affacciano ai diversi indirizzi di studio.
In questa contesto che si colloca anche la scelta di studio quali le scienze religiose o la teologia, con la conseguente, quasi necessaria successiva professione insegnante di religione cattolica. Tale scelta oggi porta una duplice consapevolezza, di natura giuridica, approfondita nei numeri scorsi: la scelta se partecipare ad un concorso selettivo così come proposto dalla politica e dall’Amministrazione (art. 1bis legge 159/2019), irrispettosa della professionalità maturata in lunghi anni di servizio da oltre 10mila IdR, oppure tirarsi indietro lasciando ai più giovani tale opportunità, che di certo, se ne avranno l’occasione (certificato di idoneità diocesano) non se la lasceranno, giustamente per loro, sfuggire. Ad oggi però sono chiari due punti: 1. l’intesa del 14/12/2020 prevede un concorso selettivo; 2. ad oggi non c’è alcun bando. Le OO.SS., la Uil Scuola IRC per prima, hanno sottolineato la necessità di riaprire un tavolo di lavoro con il Gabinetto del Ministro per determinare un’azione politica a favore della professionalità maturata dei docenti precari storici di religione cattolica.
Concludo con le parole di Zygmunt Bauman che sono di una profondità umana sempre attuali e vere: “Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no.”

di Elena Santagostini

La recente firma dell’intesa fra il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e la Ministra dell’Istruzione, che prevede un concorso ordinario per l’immissione in ruolo degli Insegnanti di Religione, rappresenta fonte di grande preoccupazione per docenti che da anni svolgono con impegno ed entusiasmo il loro lavoro, avendo da tempo indirizzato su tale strada la loro esistenza e facendo della professione una vera e propria vocazione di vita.
L’art. 1 bis della Legge 159/2019 non rappresenta affatto una soddisfazione per gli insegnanti di religione cattolica che speravano finalmente di ricevere un trattamento giusto (o meglio speravamo essendo io stessa nella condizione di incaricato annuale). L’1 bis è giunto dopo 16 anni di silenzio, anni in cui agli insegnanti di religione cattolica non è mai stato riservato un percorso adeguato di accesso ai ruoli dello Stato, come invece è stato fatto per i docenti di altre discipline. Vari sono i motivi che hanno generato questa situazione di stallo divenuta ormai intollerabile, soprattutto da parte dei troppi incaricati annuali che ogni giorno dispiegano, malgrado tutto, energie e professionalità e che sono ormai ben inseriti in un contesto scolastico di cui rappresentano preziosa risorsa e contributo fondamentale per la formazione dei ragazzi, futuri cittadini della nostra società.
La situazione sembra inspiegabile alla luce della legge 186/2003 che imponeva allo Stato, in materia di reclutamento del personale docente di Religione Cattolica, di bandire ogni tre anni un Concorso per l’immissione in ruolo dei posti resi vacanti sull’organico del 70%. Così purtroppo non è stato, la situazione si è aggravata progressivamente per migliaia di docenti, madri e padri di famiglia, a cui non è mai stata offerta la possibilità di sistemare degnamente la condizione lavorativa. Sembra paradossale e umiliante dover, ancora oggi, recriminare un diritto così a lungo negato e scontrarsi ora anche con l’approvazione di un concorso ordinario, congeniato in modo da tradursi addirittura in rischio concreto di perdita del lavoro.
L’assunzione del mese di agosto di 472 docenti, idonei concorsuali del 2004, è parsa una piccola luce di speranza per chi attende giustizia da 16 anni, ma tale bagliore presto si è affievolito, quasi spento, negando la possibilità di graduale assunzione nel tempo ai restanti idonei del 2004.

Una piccola fiamma che si è tradotta più in un contentino che in una vera risoluzione dell’ormai annosa questione “idonei concorsuali 2004”.
Un concorso ordinario comporterebbe degli scavalcamenti o addirittura l’esclusione di chi è ormai ben incluso in un concreto tessuto scolastico, con grave danno non solo per i docenti, ma anche per gli stessi allievi che, si ricorda, per più dell’80% continuano ad avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica.
Gli insegnanti di Religione Cattolica sono convinti di essere parte integrante della Chiesa e hanno, di conseguenza, sempre agito in totale comunione con i propri Vescovi. Questi ultimi infatti hanno sempre sostenuto i loro docenti, anche presso i direttori regionali, rassicurandoli più volte, sia pubblicamente, sia privatamente, circa la loro ferma intenzione di non escludere nessuno dell’insegnamento e di mantenere, per quanto possibile, la continuità nella sede.
Il recente avallo ad un concorso ordinario selettivo da parte della Conferenza Episcopale Italiana, però, induce a constatare con rammarico che, a livello nazionale, questi insegnanti che hanno fedelmente servito per anni lo Stato e la Chiesa, non siano altrettanto degnamente considerati. Tale discrasia è fonte di ambiguità e di ulteriore preoccupazione, sentendosi i docenti tutelati dai loro pastori, ma non altrettanto dai firmatari dell’Intesa.
Nonostante tali accorati sentimenti, gli Insegnanti di Religione continuano a confidare nel giusto operato della Chiesa alla quale appartengono con fervore e speranza e sono certi si possa giungere ad una soluzione equa e dignitosa per chi tanto si è speso professionalmente e umanamente.
Come luce, brilla solitaria, la voce di Mons. Sanguineti che, con coraggio, ha difeso la dignità umana e professionale degli insegnanti di religione e a cui immediatamente gli stessi si sono stretti con ammirazione e gratitudine ritrovando il lui il volto materno della Chiesa. Analogamente si attendono altre voci, di Ordinari diocesani e direttori irc. Non serve solo una certificazione di idoneità, ma una presa di posizione chiara e precisa che possa ripristinare una corresponsabilità ecclesiale che si mostra in una chiesa in uscita. Purtroppo, consapevoli di essere in una situazione emergenziale senza precedenti, siamo però convinti che non può farsi attendere ulteriormente una proposta condivisa tra CEI, sindacati e Ministero dell’Istruzione, per porre fine alle preoccupazioni.
I docenti con molti anni di servizio, non vogliono togliere a nessuno la possibilità di un contratto a tempo indeterminato tramite un concorso secondo quanto previsto dalla legge 186/2003, ma che sia in subordine, dunque successivo, ad un concorso straordinario non selettivo che rispetti chi ha maturato almeno tre annualità di servizio.
Gli Insegnanti di Religione Cattolica vogliono essere guidati dai loro Pastori e Direttori verso un porto sicuro superando anche certi pregiudizi e chiusure. Questo porto si chiama Concorso Riservato non selettivo con una graduatoria ad esaurimento che garantisca nell’arco di un tempo accettabile l’assunzione a tempo indeterminato, così come è avvenuto per i colleghi della secondaria nel 2018 e nella infanzia e primaria nel 2019. Noi, Insegnanti di Religione Cattolica delle scuola Statale, non vogliamo privilegi, ma pari dignità e opportunità! Dignità e opportunità ad oggi, a legge vigente, ulteriormente negate!

di Giuseppe Favilla


La sera del 14 dicembre, apprendiamo con stupore, che il Presidente del Conferenza Episcopale Italiana il Card. Gualtiero Bassetti e il Ministro dell’Istruzione On. Lucia Azzolina hanno firmato l’Intesa per dare il via alla scrittura del bando in vista del Concorso per gli Insegnanti di religione, così come previsto dal comma 1 art. 1-bis della legge 159/2019.
Un fulmine a ciel sereno o quasi. Da tempo si vociferava che il ministero stava predisponendo il bando, ma da parte di nessuno, né dei più addentro, né da parte dei sindacati, lasciati all’oscuro fino a quella sera, si poteva immaginare che, ad appena quindici giorni dalla scadenza del termine ultimo fissato per legge, si procedesse all’Intesa.
Immediatamente, con curiosità e con tanta speranza, ci siamo immersi nella lettura dei comunicati stampa della CEI e del Ministero dell’Istruzione
Da lì, in soli due giorni, moltissime sono state le domande che ci siamo fatti. Abbiamo letto e riletto i comunicati, in particolare quello della CEI, nella speranza di potervi scorgere, alla luce delle dichiarazioni rilasciate pochi giorni prima dell’Intesa dai Direttori Irc delle diocesi lombarde, la prospettiva di un concorso straordinario. Presto tale speranza è svanita.
La lettura dei 7 punti, divisi sostanzialmente in tre blocchi: natura giuridica dell’intesa; norme generali di accesso al concorso e norme generali riguardo le modalità e i contenuti dell’esame concorsuale, altro non dice. Non si fa minimamente riferimento ad una eventuale intesa riguardo ad una procedura straordinaria, ci si limita a sottolineare delineando la formulazione della graduatoria dei docenti riservisti, che essi siano quelli con più di tre anni di servizio ed in possesso già dell’idoneità diocesana per il fatto stesso di insegnare religione. Il principio rimane confermato: insegni religione, dunque sei idoneo canonicamente parlando.
Dalla lettura inoltre traspare anche una seconda novità non presente, ad esempio, nella legge 186/2003: la valutazione riguardo la conoscenza delle Indicazioni Nazionali per l’IRC. A nostro avviso ciò presuppone naturalmente, anche se non esplicitato, che la commissione, proprio grazie a questo desiderio condiviso tra CEI e MI, debba essere composta da commissari di esame comprendenti docenti di religione cattolica di ruolo, che, secondo la norma, debbano aver maturato almeno cinque anni di servizio e non essere in quiescenza da oltre tre anni. Dunque sarà un esame concorsuale che per la prima volta vedrà quali commissari e di conseguenza rivestiti da una grossa responsabilità giurdica e morale, colleghi di religione disponibili a ricoprire tale incarico.
Ulteriore elemento di novità rappresenta il rilascio del certificato di idoneità nei 90 giorni antecedenti la presentazione della propria domanda, nelle more della presentazione della stessa. Molti dei colleghi, di fronte a questa ulteriore distinzione, si sono lasciati prendere dal panico. Qualcuno addirittura, ancor oggi è convinto di dover sostenere nuovamente l’esame di idoneità previsto in alcune diocesi, altri ancora, che il certificato avrebbero dovuto chiederlo prima dei 90 giorni dall’intesa e dunque hanno chiamato i propri uffici per farsi rilasciare una copia… diciamo che le reazioni sono state le più disparate. In questa edizione supplementare del nostro Agorà IRC di dicembre abbiamo voluto raccogliere le vostre domande. In solo due giorni sono state circa 300, molte si ripetono e ne abbiamo lasciato appositamente traccia. Moltissime domande di carattere personale, ma che possono rappresentare anche la condizione di molti, iniziano con il verbo al presente singolare “posso?”. Ebbene abbiamo cercato di rispondere a tutti e nella risposta, quando possibile, abbiamo anche specificato qualche caso particolare.
Nei prossimi giorni pubblicheremo un ulteriore numero di Agorà come edizione straordinaria di gennaio, sarà un appropndimento giuridico di quanto già in parte presente in questo numero a cura dei nostri editorialisti, che desidero ringraziare, uno per uno per la loro passione e la gratuità del loro lavoro.
Intanto auguri a tutti di un sereno 2021.

di Giuseppe Favilla


Parlare di inclusività non è semplice, l’argomento sembra inflazionato, forse anche abusato… basti pensare alla distorta interpretazione che se ne è fatta nell’ultimo CCNI circa la didattica digitale integrata (o a distanza), ma ciò che a noi interessa, in questo numero di Agorà IRC, sono i princìpi fondativi della normativa riguardante l’inclusione, che mettono al centro dell’azione educativa tutta la Comunità Educante, così come è auspicato dallo stesso CCNL 2016-18 all’art. 24.
Tenendo conto di questa necessaria premessa, lo sviluppo che tenteremo di porre in essere è quello di individuare gli orizzonti culturali, educativi e progettuali, che inseriscono l’IRC in un percorso di inclusione delle bambine e dei bambini, delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti.
Una domanda fondamentale nasce spontanea: quanto l’IRC e il docente di religione cattolica, attraverso l’azione didattica, possono contribuire al processo di inclusività?
L’art. 1 commi 1-2 del Dlgs 66 del 13/04/2017 interamente recepito nel successivo Dlgs 96 del 07/08/2019, individua i destinatari e delinea l’intento della normativa che deve tener conto di molti fattori determinanti nel processo di crescita di quelle future generazioni che necessitano di maggiore attenzione e accudimento. Innanzitutto è da sottolineare che il legislatore definisce l’inclusione quale “risposta ai differenti bisogni educativi” che, precisa, “si realizza attraverso strategie educative e didattiche finalizzate allo sviluppo delle potenzialita’ di ciascuno nel rispetto del diritto all’autodeterminazione e all’accomodamento ragionevole, nella prospettiva della migliore qualita’ di vita”.
Il paradigma posto in essere, dunque, è di fondamentale importanza: una migliore qualità della vita. Con questa affermazione si vogliono porre le basi di un modello strutturato ed efficiente per il benessere globale della persona. Un obiettivo che non ci lascia estranei né come uomini, né come credenti, né come educatori. Il principio etico bonum facere è di fondamentale importanza anche nell’azione educativa, coniugata in tutti i suoi aspetti didattico disciplinari, rivolta alle studentesse e agli studenti con bisogni educativi speciali. Da qui la necessità di tenere conto del vissuto e delle relazioni all’interno del tessuto sociale nell’orizzonte del successo formativo e la consapevolezza che l’IRC non possa rimanere fuori da questo processo. L’’insegnamento di RC non può essere escluso dai vari Piani Personalizzati, come dagli interventi educativi individuali o didattici o formativi. Il curriculo delle scuole deve tener conto anche dell’aspetto culturale che attraverso la religione è diventato di fondamentale importanza nei processi di inclusione. L’IRC, attraverso i propri obiettivi specifici di apprendimento, favorisce, in ogni grado e ordine di scuola, il processo di crescita globale della persona.
Partendo dalla Scuola dell’Infanzia e dai campi di esperienza, propri di questo grado di istruzione, immediatamente notiamo come il processo di inclusività diventa evidente e sostanziale nel corpo in movimento: il bambino riconosce nei segni del corpo l’esperienza religiosa, la propria interiorità, l’immaginazione e le emozioni. Dunque l’IRC in questo grado diventa fondamentale nel processo formativo dei bambini e delle bambine con BES. Fare leva sull’esperienza religiosa; puntare sulla immaginazione e sulle emozioni favorisce immediatamente il dialogo con i pari e porta i bambini contestualmente a manifestare quei “bisogni” di cui prendersi cura.
Nella Scuola Primaria il processo di inclusione passa attraverso la trasversalità dei saperi: l’insegnamento della religione cattolica si colloca nell’area linguistico-artistico-espressiva in cui, a partire dal confronto interculturale e interreligioso, l’alunno si interroga sulla propria identità e sugli orizzonti di senso verso cui può aprirsi…
Il confronto con l’altro, l’aprirsi al dialogo pongono l’IRC come strumento essenziale per il processo di integrazione delle alunne e degli alunni stranieri, per esempio. Il confronto con le altre religioni e la ricerca della propria identità è di fondamentale importanza e si pone nell’ottica del miglioramento della qualità della vita delle bambine e dei bambini.
Nella secondaria di primo grado il punto focale, ancora una volta, potrebbe essere individuato nel richiamo alle domande di senso e al vissuto o all’esperienza religiosa personale e collettiva ma anche nell’obiettivo in uscita (terzo anno), cioè a dire, il saper interagire con persone di religione differente, sviluppando un’identità capace di accoglienza, confronto e dialogo. Dunque la capacità di accoglienza, di confronto e di dialogo, in un continuo sinergico intreccio con le domande di senso, pongono l’IRC nella secondaria di primo grado come interlocutore importante nel processo di inclusione.
Nel secondo ciclo di Istruzione l’IRC assume caratteristiche diverse a seconda della tipologia di Istituto. In questo grado di istruzione molteplici sono gli obiettivi utili al fine di sviluppare un percorso di formazione globale e il successo formativo degli alunni con BES. A titolo esemplificativo è possibile considerare un obiettivo trasversalmente presente in tutte le tipologie di istituto: “l’alunno riconosce il valore etico della vita umana come la dignità della persona, la libertà di coscienza, la responsabilità verso se stessi, gli altri e il mondo, aprendosi alla ricerca della verità e di un’autentica giustizia sociale e all’impegno per il bene comune e la promozione della pace”. Il confronto sereno, la giustizia sociale, la promozione della pace in un’ottica di dialogo costante con l’altro favoriscono la crescita globale e diventano essenziali per una migliore qualità della vita degli alunni e delle alunne con BES.
A conclusione di questa lunga riflessione è utile considerare che, coinvolti nell’azione educativa, oltre agli alunni e alle alunne con BES, che devono comunque essere al centro dell’attenzione, sono anche i docenti, e nel caso specifico, i docenti di Religione Cattolica. La professionalità maturata attraverso la pluriennale esperienza, di cui è data ampia testimonianza su tutto il territorio nafzionale, pongono gli Idr ad assumere spesso posizioni di coordinamento o responsabilità in qualità di referenti BES all’interno delle scuole per la definizione dei vari curricula di Istituto. Quello che purtroppo ancora manca è la possibilità che i referenti territoriali per l’Inclusione, così come i collaboratori dei Dirigenti Scolastici, individuati tra i docenti di religione, possano adempiere la loro funzione con le stesse prerogative garantite ai docenti delle altre discipline. La legge 107/2015 esclude questa particolare categoria di professionisti della scuola da alcuni diritti previsti per altri. L’esonero dal servizio, per esempio, non è possibile in quanto non è previsto l’organico potenziato per l’IRC. Non si tratta di chiedere un privilegio ma di valorizzare le competenze professionali del docente di religione, il quale si mette a disposizione dell’intera Comunità Educante. Spesso si tratta di docenti, Incaricati Annuali, che vincolati da una condizione endemica di precariato, vengono esclusi dalla possibilità di condividere i propri talenti, paradosso di una scuola inclusiva.

di Giuseppe Favilla

Nel primo vero editoriale di Agora IRC, di cui, indegno, ho l’onere e l’onore di coordinare la redazione,   desidero  parlare di lavoro, mi piacerebbe parlare di missione nella scuola… ma la missionarietà non richiede forse gratuità, disponibilità, donazione, dedizione, abbandono alla volontà di Dio affinché Lui operi e trasformi il cuore degli uomini? Dobbiamo essere realisti: la nostra è una professione, l’essere docente non solo deve essere illuminato dalla fede, per educare le coscienze, ma deve tendere alla formazione globale e come docenti della scuola pubblica, sia essa statale, che paritaria, deve essere dell’intera persona… e ciò lo facciamo da professionisti, come i nostri colleghi non di Religione!
Spesso con i miei studenti parlo della dignità della persona e in modo particolare della dignità del lavoro. Con loro analizzo la società che ci circonda, la ricerca e la “lotta” per il giusto bene che ogni cittadino deve compiere e deve volere.

Come sindacalista cattolico e praticante e come docente di Religione non posso  tacere; non posso chiudere gli occhi di fronte l’ingiustizia e le limitazioni di opportunità che è riservata alla nostra categoria di docenti. E’ vero, con la stabilizzazione e ancor prima con l’incarico, godiamo di un trattamento economico e giuridico diverso… ma ciò può bastare?
Quali opportunità per il nostro futuro professionale e quali ci sono state precluse o tolte? quali garanzie per poter crescere i nostri  figli o crearci una famiglia?

uanto ancora le leggi, in continuo mutamento, permetteranno ciò senza se e senza ma? E quando non lo permetteranno più… e noi? La nostra serenità? Il nostro futuro… a quarant’anni, a cinquant’anni… ma anche a trenta: è lo Stato con le sue Leggi che dovrà garantire il nostro futuro o chi altro? Siamo in una fase storica della nostra vita in continuo mutamento territorialmente e universalmente, dove la multiculturalità e multireligiosità è sempre più evidente e alla stessa questione si sta affiancando un disinteresse e una marginalizzazione della giustizia e dell’equità, tutti contro tutti con un solo fine: l’individualismo!
Siamo IdR alcuni da pochi anni altri da trenta e più, ne abbiamo sentito di ogni, qualcuno di voi ha beneficiato del concorso del 2004, altri, come me, è dal 2007 che lo aspetta fiducioso che quel giorno arrivi e che possa mettermi in gioco e avere una possibilità per essere sereno, almeno per il mio futuro lavorativo e con me molti di voi, perché lo so, conosco le vostre preoccupazioni e ho ascoltato il vostro grido silenzioso. E’ necessario parlarne, liberamente, senza condizionamenti….
Qualcuno in passato, ma anche oggi,  ci accusato  di voler essere come gli altri docenti… che cosa c’è di male ad esserlo? Non siamo forse qualificati, non abbiamo sudato per poter ottenere il nostro titolo di studio? Non abbiamo investito tempo, dedizione, amore per i nostri studi, come quello di chimica, matematica… sc. motorie?
Non bisogna seguire chi dice che l’atipicità è la nostra forza: l’atipicità è debolezza; l’atipicità è irrispettosa della dignità del lavoratore; l’atipicità contrattuale è il male sociale che deve essere sradicato da tutti i rapporti di lavoro dei precari e che questi siano trasformati in contratti a tempo indeterminato e non, come quelli degli incaricati annuali di religione, in contratti palliativi che di indeterminatezza hanno solo la certezza della scadenza del contratto ogni 31 agosto.
Il nostro datore di lavoro è lo Stato e lo stesso ci deve garantire uguali diritti e non solo uguali doveri. Il nostro Ordinario è garante delle nostre abilità di docenti e che, ciò che insegniamo, è secondo la dottrina e l’aggettivo di cui porta il nome il nostro insegnamento ed infine della veridicità della nostra fede.
Dunque, cari amici, solo con la nostra volontà; solo con la convinzione che la nostra professionalità non ha nulla di meno e nulla di più rispetto agli altri nostri colleghi, dobbiamo prendere consapevolezza che quello che dobbiamo affrontare nelle prossima settimane o mesi sarà un  Tempo per Lottare, non solo per sconfiggere la pandemia, attuando tutte le misure necessarie per evitare il dilagarsi del virus Covid-19, ma anche per rivendicare con forza le giuste istanze che da anni siano ascoltate e che nei prossimi mesi ciò dovrà esserci riconosciuto: un contratto a tempo indeterminato!
Le modalità con cui chiediamo che ciò avvenga, così come condiviso da più parti, è che attraverso un’apposita legge vengano formulate le seguenti disposizioni assolutamente necessari: in primis venga salvaguardato il diritto all’assunzione degli idonei del 2004 senza ulteriori procedure concorsuali e un concorso per titoli di servizio e culturali, sul modello del concorso di Trento del 2018 o in alternativa una procedura semplificata non selettiva e che, al termine della procedura venga redatta una Graduatoria ad Esaurimento su base diocesana per tutti coloro i quali sono in possesso dell’Idoneità rilasciata dall’Ordinario Diocesano.
Alcuni passaggi di questo primo editoriale per qualcuno non sarà la prima volta ad averlo letto, infatti è parte di un email inviata a colleghi per spronarli alla discussione e alla riflessione. All’epoca (era il 6 dicembre del 2014) ha avuto un impatto efficace e sono fiducioso che anche oggi, a distanza di 6 anni, possa ancora averlo.